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In Italia saranno tempi duri per gli immigrati


La Cassazione a maggio 2017 si è pronunciata una sentenza salutata con gran favore da neocon e vecchi conservatori quando dice che "in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l'identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l'integrazione non impone l'abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell'art. 2 della Costituzione che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante (...) è essenziale l'obbligo per l'immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all'ordinamento giuridico che la disciplina". Insomma ha affermato due principi che potrebbero apparire in contraddizione, ma che sicuramente verranno strumentalizzati e manipolati per fini di "integrazione" ergo annientamento della propria tradizione e cultura d'origine ritenuta incompatibile con quella suprema del perfetto Occidente. Uno degli aspetti che continua a far discutere è certamente la questione del velo. I problemi non sono gli sfruttamenti che si affermano nel settore del lavoro, che vedono i migranti essere delle vittime assolute, ma il velo indossato da qualche donna. Senso di fastidio che deve essere contrastato utilizzando la normativa esistente, e con l'aggiunta di qualche sanzione amministrativa. Ma il quadro giuridico è in evoluzione, o meglio in involuzione. Se fino al 2016 vi erano sentenze come quella della Corte di Appello di Milano del maggio 2016 dove si affermava convintamente che "L’esclusione di una candidata da una selezione per un posto di lavoro con mansioni di hostess di fiera determinato dal rifiuto della candidata stessa di togliere l’hijab, costituisce discriminazione diretta in ragione dell’appartenenza religiosa, non potendosi ritenere che l’assenza di velo costituisca requisito essenziale della prestazione ex art. 3 comma 3 d.lgs. 216/2003; ne consegue il diritto del soggetto discriminato al risarcimento del danno non patrimoniale." Con la nota Sentenza della Corte di Giustizia del 2017 si sono aperte le vie a provvedimenti come quello della Cassazione di questo maggio od a quella del Tribunale di Milano del maggio 2017 che ha affermato che vietare alle donne musulmane di indossare il velo negli ospedali e negli uffici pubblici non è discriminazione, ma un principio "oggettivamente giustificato da una finalità legittima, ragionevole e proporzionata rispetto al valore della pubblica sicurezza, concretamente minacciata dall’impossibilità di identificare (senza attendere procedure che richiedono la collaborazione di tutte le persone che entrano a volto scoperto) le numerose persone che fanno ingresso nei luoghi pubblici individuati". Effetti collaterali del terrorismo islamista e di una Europa che ha fatto della paura la sua linea guida, ma la strada intrapresa rischia di essere un boomerang, la soluzione è la mediazione culturale, i divieti non sono mai stati risolutivi di un bel niente.
Marco Barone 

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