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Il caso della riforma Enti Locali FVG, se non fermata toccherà poi al resto d'Italia

Ritorno ancora una volta sul caso della riforma Enti Locali del Friuli Venezia Giulia. Ciò perché i dibattiti continuano, i dissensi e le preoccupazioni si intensificano soprattutto quando, senza difficili tecnicismi, pur essendo una legge, quella regionale del 12 dicembre 2014, n. 26 complicata, la si spiega alla nostra gente con semplicità. 
Una semplicità che è stata ben colta anche da numerosi dipendenti comunali oltre che dai semplici cittadini, una semplicità che evidenzia, senza demagogia  alcuna, l'attacco alla democrazia diretta, la morte del Comune, la morte del secolare rapporto diretto tra cittadino e Comune, il rischio di caos in cui piomberanno i lavoratori e le lavoratrici del pubblico impiego. Ed i corsi che a quanto pare, perché queste sono le voci ripetute di corridoio che circolano, organizzati in materia, diretti ai quadri od ai dirigenti comunali, per dimostrare la grande bellezza di questa immensa schifezza, sicuramente falliranno nel loro processo di vendita di un prodotto nato male e destinato a finire male. 
In Italia risultano, oggi, 8.048 comuni con una popolazione media per Comune di 7.553 abitanti; in FVG sono 216 con una popolazione media di 5.691 abitanti. Il numero di Comuni più alto lo si è avuto nel 1921 con 9.195 comuni, un sostanziale calo fino al 1951, dove i Comuni erano 7810 per arrivare ai dati di oggi come ora citati. 
Dunque, il nostro Paese ha una tradizione storica con i Comuni e piccoli Comuni ed il Friuli Venezia Giulia, o meglio parte di questa terra, che poi è proprio quella che verrà maggiormente sconvolta da questa riforma ed è quella che alza di più la voce, ha una tradizione secolare in materia di autonomia comunale come consolidatesi sin dai tempi dell'Impero Austro-Ungarico. Sicuramente Mazzini, Minghetti e Cavour nel leggere il testo della riforma degli enti locali si rivolteranno nella tomba, così come anche Togliatti, da sempre diffidente nel sistema Regione, certamente constaterebbe come i suoi dubbi fossero ben fondati in tema di eccessivo potere riconosciuto alle Regioni. Parole, laicamente sante, furono quelle di Gullo, del PCI, uno dei primi, se non il primo, a proporre l'istituzione dell'Assemblea Costituente e proprio durante il dibattito in materia di Costituente ed autonomie locali affermò che “Se si lascia al comune una potestà di autonomia, non può essere un pericolo, ma se si dà alla regione questo è pericoloso. Quindi larghissima autonomia ai comuni, niente alle province”. 
D'altronde, se io potessi scegliere, sicuramente opterei per l'abrogazione delle Regioni ed un mantenimento forte del sistema dei Comuni e della loro autonomia politica,economica e decisionale. La parola autonomia, in materia di Comuni, scompare sia come forma che come sostanza, nella riforma che ora nuovamente si commenta. Una riforma che è conseguenza diretta della scelta di superare le Province (Progetto di legge nazionale 1/2014 di modifica dello Statuto in materia di enti locali e di elettorato e Legge regionale 14 febbraio 2014, n. 2 che disciplina le elezioni provinciali). Una riforma che si muove in coerenza con il quadro nazionale (Delrio) e che a detta di chi la vuole e difende rispetta i principi costituzionali, in particolare quelli di sussidiarietà, adeguatezza ed efficienza ma non di autonomia, principio oltre che essere costituzionale, elemento sussistente sin dai tempi del Medioevo. Si parlerà di autonomia con riferimento ai poteri statuari dell'Unione, oppure in riferimento alla determinazione, che questa eserciterà, in relazione alla gestione del personale. Poi il nulla, un nulla che altra rappresentazione non è che la fine del rapporto diretto tra cittadino e Comune, il Comune diventerà semplicemente un filtro di istanze. Ed il tutto all'interno di questa nostra Regione che ha sempre fatto dei suoi piccoli Comuni una forza. Ma prima la crisi, poi la legge di stabilità, passando per i parametri folli ed allucinanti europei, ogni elemento è diventato pretesto per sostenere un forte accentramento antidemocratico per ragioni di risparmio. Eppure per le finalità di cui alla legge regionale numero 26 sono stati accantonati 5 milioni di euro per il 2014 e gli eventuali oneri derivanti dall'applicazione della legge di riordino saranno definiti nell'ambito della legge regionale di riforma della finanza locale, che ne completerà il disegno, e delle risorse disponibili nel quadro delle leggi regionali finanziarie, anche attingendo dalle risorse all'uopo destinate con riferimento. Dunque in apposita unità di bilancio verranno individuate le risorse destinate alla copertura del provvedimento legislativo citato e sicuramente non trattasi neanche da questo punto di vista di risparmio di spesa. Ma anche se questo ci fosse nessun risparmio di spesa può e deve mai legittimare e legalizzare la distruzione del bene comune universalmente accettato e riconosciuto come tale, quale appunto quel del Comune.
Ora, è vero che questa legge non è stata impugnata dal Governo, d'altronde è nota l'area politica del Governo Regionale e di quello Nazionale, così come è noto che le valutazioni di carattere costituzionale non sono esclusivamente giuridiche ma soprattutto politiche. E pare evidente dunque che se questa legge non verrà ostacolata, o fermata, con gli strumenti siano essi legalitari che politici e sociali, che a breve certamente verranno intrapresi, avrà e darà il via libera per la distruzione del sistema Comune nel resto del Bel Paese. Il caso del FVG deve diventare un caso nazionale, come ben hanno fatto notare diverse persone durante i vari momenti assembleari organizzati in materia, penso a quelli del PRC per esempio, al momento la principale forza politica di sinistra che si oppone a ciò, penso al comunicato dei Cobas ove si è presa una posizione duramente contro questa Legge aprendo le porte anche ad un possibile sciopero regionale, ed altre forze politiche in campo ecc. Paradossalmente se la mia posizione è stata condivisa anche da Fabio Gentile capogruppo di FI a Gorizia , come manifestata con l'intervento “un delitto dividere l'Isontino”, se soggettività politicamente all'opposto condividono le medesime preoccupazioni contro un sistema che affossa la storia, l'identità, l'autonomia, i rapporti diretti di democrazia e partecipazione propri della nostra Regione, significa che certamente qualcosa è in movimento e che questa riforma avrà vita dura e non proseguirà certamente il suo cammino più sotto silenzio ed in modo facile.

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