Passa ai contenuti principali

Un blues a Notre-Dame de Paris, abbasso l'omologazione


Parigi, città della rivoluzione e controrivoluzione, una città che ha ghigliottinato la ghigliottina, una metropoli multiculturale, una città dalle mille e più note,stonate od intonate, di identità. A Parigi non saprai cosa vuol significare essere francese, anche se in ogni ovunque sventolerà il tricolore della Liberté,Égalité, Fraternité che ti ricorderà, nonostante il tutto, di essere in Francia. I popoli dei continenti a Parigi hanno trovato il loro centro di condivisione, una condivisione della frenesia esasperata, dei rumori metropolitani, del vento che accompagna la Senna lungo ogni luogo, dell'apparenza, ma anche la condivisione della voglia di demolire il presente contro ogni miserabile miseria. Spazi e dimensioni e tu al centro dell'immensità ed a volte ti sentirai come smarrito nel vuoto di una esistenza altamente materialista che ha letteralmente drogato ogni senso corporeo. Per incontrare la tradizione dovrai girovagare mille e più volte per quella globalizzazione che ha letteralmente invaso Parigi. Cafè e crêpes, omelette e baguette, un sorso di Ventoux Rosé o Kir Royal ma anche un pregiato Chardonay Louis Latour, saranno immancabili, così come immancabili saranno le emulazioni, spesso cattive e malamente improvvisate, di variegate forme di arte di strada,spesso una forma e sostanza per campare per centinaia di persone, che tanto hanno reso nota questa città nel mondo. Però, con un pizzico di fortuna, pari a quella di riuscir a trovare una scritta che inneggia alla commune, mentre saranno frequenti le indicazioni nei locali in giapponese, tanto che a volte ti sembra di essere più Tokyo che in Europa, o pari a quella di riuscire a trovare un centesimo per le pulitissime strade metropolitane, dove spesso vedrai, invece, le nuove espressioni dell'arte moderna, che ad alcuni faranno rimpiangere il tempo di Van Gogh Emile Bernard, Georges Seurat o Paul Signac , per altri invece ben rappresenteranno il caos e la frenesia dell'epoca attuale, lì ove scorre e corre la Senna, lì sul ponte che conduce a Notre-Dame de Paris potrai ascoltare un buon blues.
Parigi è la città europea del Jazz e del blues. Piedi sospesi nel vuoto che battono il tempo, e la musica ti accompagna, con un ritmo malinconico, verso quel viaggio, che il viandante metropolitano, affronterà alla ricerca di se stesso o semplicemente alla ricerca di quel mitico ed anche irruento farina, pani e diritti, che ha connotato una rivoluzione che a Parigi potrai solo respirare nell'arte del passato, nei libri o nella poesia di un tempo che è stato e che mai più ritornerà. Poi casualmente potrai incrociare la Librairie d'art, 5 rue de l'Ancienne Comédie, e leggere Révolte. Una esposizione di foto, libri, volantini ed anche un sampietrino che ha connotato il Maggio del '68 francese. Silenzio catartico. E sarà un silenzio diverso rispetto a quello che nutrirai nei confronti delle dieci targhe, allineate una accanto all'altra, che ricordano gli ultimi scontri di place de la Concorde prima della liberazione dall'occupazione, o quando incontrerai la targa che ricorda la sepoltura del patriota Jugoslavo Jean Kopitovitch,
che molto discutere ha fatto a Parigi nei primi anni di questo nuovo e turbolento secolo per la memoria incondivisibile, nel secolo della tentata ed imposta memoria condivisa. Un blues a Notre Dame de Paris è una esperienza magnetica, una esperienza che ti riporta indietro nel tempo, alle urla delle donne rivoluzionarie, ai proclami della Convenzione, al compiacimento popolare per il suono della ghigliottina di cui oggi non vi è più traccia, perché questa è l'epoca della concordia, concordia che deve seppellire ogni processo rivoluzionario. La rivoluzione può anche navigare ma non dove far affondare la città e la società nel socialismo rivoluzionario. Navigare e non affondare è il motto di Parigi. Ma oltre i ponti della città, oltre i palazzi imperiali e colonne della fratellanza, vige un mondo, un mondo diverso, le banlieue ,e da lì echeggerà prima o poi la nuova repubblica di Parigi. Sacco sulla spalla, scarpe slacciate, pantaloni rattoppati, sguardo sui passi che inesorabilmente ti trascinano verso quella realtà che l'apparenza della globalizzazione e della ricchezza finta celano agli occhi degli ignari passanti fuggitivi in una Parigi dalle più ma ben definite e volute contraddizioni.

E vorrai urlare, e vorrai cantare, magari  a ritmo di blues Vive la commune, abbasso l'omologazione!
Ma non lo farai. Finisce la musica, finisce il viaggio nel tempo, ma i sogni perduti o traditi ritorneranno perché questa è l'aria che si respira in una città senza più ghigliottina, piaccia o non piaccia è così, anche a Parigi, già.
E poi chiudi gli occhi. Tu e l'Armata dei sonnambuli sotto il Ponte Nuovo di Parigi. 
Ti senti osservato. 
E' lo spirito di Marat che abbraccia quello di Scaramouche e viceversa. Cercano la scritta, Vive la Trance, ma non la troveranno. 
Sfoglia il vento d'oriente, in duello con quello d'occidente, le pagine del libro. 10 ottobre 1793. " E' impossibile applicare leggi rivoluzionarie, se il governo non è costituito rivoluzionariamente".




Commenti

Post popolari in questo blog

Se toccare il seno della statua di Giulietta è di buon auspicio, perchè?

Città che vai, tradizione o superstizione che troverai. In pieno centro a Monaco vi è la statua di Giulietta, donata dalla città di Verona. Una foto con Giulietta è immancabile a Monaco così come toccare il suo seno destro è un gesto molto diffuso. Ed è stato toccato tante di quelle volte che  praticamente è stato consumato dalla "passione" dei passanti tanto che ha assunto una tonalità più chiara rispetto al resto della statua. Ma da dove nasce questa superstizione? Perchè toccare il seno destro di Giulietta sarebbe di buon auspicio? Ognuno avrà una sua risposta, e Giulietta non può fare altro che subire questo rito. Un rito che accomuna diverse città, perchè la statua di Giulietta la si può trovare in diverse località oltre ovviamente che a Verona. A Monaco ve ne sono due, una prima copia donata dalla Cassa di Risparmio di Verona nel 1974, si trova ai piedi della torre dell’antico municipio a Marienplatz. La seconda si trova nel parco di Shakespeare Platz. Monaco e Vero…

Il duello Piazza Duomo e Tito a Capodistria tanto tuonò che alla fine...

Forse si è trattato di un caso record. 48 ore, ora più ora in meno, è la vita che ha avuto la targa,  delle stesse dimensioni di quella Titov Trg, Piazza Tito, di Capodistria. Se ne è discusso molto nella cittadina slovena, non è stata digerita la provocazione o non provocazione del giorno, in cui è stata affissa, un giorno caro per la Jugoslavia,  il fatto che probabilmente non era neanche in bilingue, come Piazza Tito, e che è il primo passo, non ammesso e non affermabile, che porterà alla rimozione di Piazza Tito e delle altre intitolazioni politiche che ricordano la vecchia Jugoslavia comunista. Tanto tuonò che è stata rimossa e verrà ricollocata a breve, a quanto pare.  Una tempesta fugace che ha lasciato comunque un segno, quello di quel vuoto sotto Piazza Tito. Come è emerso su Radiocapodistria ,dove si è discusso in modo approfondito di questa vicenda,  nel seguito ed importante programma condotto da Stefano Lusa, alla fine pare che il tutto fosse solo un banale e semplice p…

La nuova strage di migranti nel Mediterraneo era prevedibile e forse anche voluta nel nazismo del terzo millennio

Lo si sapeva. Lo si sapeva che in tarda primavera sarebbero ripresi gli sbarchi dalla Libia. Con i soliti schemi, metodi. Tutto era prevedibile, conoscibile. E qui la chiusura criminale della rotta balcanica non c'entra nulla. Viviamo in una società dove il più grande crimine di guerra mai compiuto e mai punito, quale il lancio delle bombe atomiche sul Giappone, viene quasi giustificato. Senza quelle bombe non sarebbe finita la seconda guerra mondiale, si dice. E per questo non si deve chiedere scusa. Sono certo che se quelle bombe le avesse lanciate la Russia, oggi si racconterebbe una storia diversa. Ma il mondo funziona così. L'Europa, costituita da Paesi ricchi, si chiude per non essere contaminata dalle razze inferiori. Sì, parlo di razze, si parlo di inferiori. Perché? Perché il fantomatico sentimento razzista di paura, trova in realtà il proprio fondamento in quel concetto di superiorità della razza pura del terzo millennio, che non deve essere intaccata dai poveracci …