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Giustizia: muore detenuto 31enne; picchiato fino ad ucciderlo?

di Francesca Sassoli



www.cnrmedia.com, 27 ottobre 2009



Morte sospetta in carcere. Dieci giorni fa Stefano Cucchi viene arrestato per possesso di un piccolo quantitativo di droga, entra nel carcere romano di Regina Coeli per non uscirne più: il corpo del 31enne è coperto di lividi, ha il volto tumefatto, i genitori sono sconvolti, non hanno avuto neppure la possibilità di vederlo nei giorni dell’agonia, quando era ricoverato nel reparto detentivo dell’ospedale Pertini.

"Voglio sottolineare il fatto che quando mio fratello è uscito di casa coi carabinieri dopo la perquisizione della sua abitazione stava bene e camminava con le sue gambe e non aveva nessun segno sul viso - sottolinea a CNRmedia Ilaria, sorella di Stefano Cucchi - la mattina dopo c’è stato il processo per direttissima e mio padre ha visto che Stefano aveva il viso gonfio. Ai miei genitori è stato comunicato il sabato successivo che mio fratello era stato ricoverato in ospedale, per tre giorni non li hanno fatti entrare, prima dicendo che non c’era l’autorizzazione del carcere, poi che non c’erano i medici. L’epilogo giovedì: intorno alle 12.30 i carabinieri si presentano a casa di mia madre per notificarle il decreto del pm per l’incarico del consulente d’ufficio per l’autopsia per il decesso di mio fratello. Così i miei genitori scoprono che Stefano è morto, all’alba. Mio fratello sapeva che stava morendo, aveva chiesto anche una Bibbia. Ci hanno vietato di stargli accanto, non ci hanno spiegato cos’è successo e perché è morto. Ora lo Stato ci deve rispondere".

"Siamo cauti, aspettiamo che la magistratura faccia le sue indagini, collaborando con la polizia penitenziaria e si farà chiarezza sul caso - spiega Donato Capece, Segretario Generale del Sappe sindacato agenti polizia penitenziaria. La polizia penitenziaria è garante dell’incolumità fisica dei detenuti, ma bisogna tenere presente che siamo in una situazione emergenziale, dove le carceri scoppiano e sicuramente, man mano che si restringono gli spazi, aumentano i problemi della convivenza dei detenuti".

Una rissa fra detenuti, quindi ipotizza il dottor Capece, ma allora come si fa a condurre un’indagine fra galeotti? "Ci sono molti detenuti che collaborano e se qualcuno ha visto, parlerà". Non è rischioso rientrare in cella dopo aver fatto la spia? "No, perché la polizia carceraria ha il potere di controllare chi l’aiuta", se è così, dovrebbe essere anche in grado di evitare un pestaggio mortale: "No, perché c’è il sovraffollamento: una guardia controlla 100 detenuti, è impossibile vigilare su tutto e comunque aspettiamo le indagini".

Di diverso avviso l'avvocato Fabio Anselmo che si occupa del caso e che ne ha già seguiti due simili: quello di Federico Aldrovandi, a Ferrara e di Riccardo Rasman a Trieste: "Se si fosse trattato di una rissa fra detenuti dovrebbero dei detenuti arrestati e degli indagati. Noi non diciamo che siano state le guardie carcerarie, mi risulta che il direttore del carcere abbia detto che il ragazzo stava già male quando è entrato - spiega il legale. Noi ci chiediamo perché un ragazzo di 31 anni viene affidato allo Stato in regime custodiale, quindi è in una situazione di minorata difesa ed è in totale balia dello Stato, dato che al momento dell’arresto si perde la libertà personale e lo Stato ha un completo obbligo di tutela, entri un buona salute e ne esca morto. E poi ci chiediamo perché ai familiari è stato impedito di sapere nulla e, siccome è morto dopo diversi giorni in ospedale, perché gli è stato negato di vedere in punto di morte la sorella e i familiari più stretti".

Si tratta di un reato, conferma il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni: "Aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo è un reato ed è di una gravità estrema - ribadisce a CNRmedia.com - È previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato anche quando è in stato di detenzione e se gli è stato vietato per evitare che possa parlare e raccontare quello che gli è successo, è un reato di occultamento. Gli è stato proibito di denunciare i suoi aggressori". In questi casi come si muove: "Trasferisco tutti i dati alla magistratura, sia in presenza di un reato, ma anche nell’ipotesi di un reato". Ma com’è morto Stefano Cucchi? "In effetti non si sa, il referto dell’autopsia non c’è ancora - spiega l’avvocato Anselmo - non abbiamo avuto l’autorizzazione a fare le foto al cadavere, i genitori non hanno potuto parlare neppure con un medico dell’ospedale. Il corpo non presenta lesioni vitali, ci sono segni di traumi, ha due vertebre fratturate non consequenziali, una lombare e una sacrale, avrebbe avuto perdite di sangue dalla schiena e il volto tumefatto, raccontano i familiari che l’hanno visto per il riconoscimento all’obitorio".



Interrogazione di Rita Bernardini (Radicali-Pd)



La deputata Radicale-Pd membro della Commissione Giustizia, Rita Bernardini, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e della Difesa sul caso di Stefano Cucchi, il detenuto 31enne morto in circostanze poco chiare presso l’ospedale Pertini di Roma nella notte tra le 22 e il 23 ottobre scorsi. Rita Bernardini si è rivolta ai ministri Alfano e La Russa, si legge in una nota, per chiedere di "fare chiarezza, negli ambiti di rispettiva competenza, sulle circostanze che hanno portato alla morte del detenuto 31enne e di prendere provvedimenti nei riguardi di eventuali responsabili".

La deputata Radicale ha inoltre ribadito al ministro della Giustizia "l’urgenza di un’indagine conoscitiva sui decessi in carcere che stanno in modo drammatico scandendo il tempo dell’illegalità penitenziaria" italiana. "Mentre diramiamo questo comunicato, infatti, ci giunge notizia - scrivono i Radicali - che un altro ragazzo, un romeno di 24 anni si è suicidato impiccandosi nel carcere di Tolmezzo. La notizia è stata confermata dalla direttrice Silvia Della Branca che ancora una volta, come tutti i direttori dei penitenziari italiani, ha stigmatizzato l’insostenibile carenza di personale".



Interrogazione di Maria Antonietta Farina Coscioni (Radicali-Pd)



Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e del Lavoro e della Sanità sul caso di Stefano Cucchi, arrestato e successivamente deceduto. Ai ministri interrogati la parlamentare chiede di "avere tutte le notizie disponibili in relazione alla morte del signor Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) di Roma".

In particolare Farina Coscioni chiede di sapere "se sia vero che il signor Cucchi sia stato arrestato il 16 ottobre 2009 dai carabinieri, dopo essere stato trovato in possesso di un modesto possesso di droga; che al momento dell’arresto, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso; che la mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre ha notato tumefazioni al volto e agli occhi; che al signor Cucchi non siano stati concessi gli arresti domiciliari, nonostante i fatti contestati non fossero di particolare gravità; che dal carcere il signor Cucchi sia stato ricoverato all’ospedale Pertini di Roma, pare per dolori alla schiena".

Ancora, la parlamentare chiede se sia vero "che ai genitori del signor Cucchi non sia stato consentito di vedere il figlio; che l’autorizzazione al colloquio sia giunta per il giorno 23 ottobre 2009, troppo tardi perché il signor Cucchi muore la notte tra il 22 e il 23 ottobre; che i genitori quando hanno possibilità di vedere il corpo del figlio, per il riconoscimento all’obitorio, si trovano di fronte a un viso-devastato; che ai consulenti di parte è stata negata la possibilità di fare le-fotografie di quel viso".

"Se quanto sopra premesso corrisponde a verità", Farina Coscioni chiede di sapere "che tipo di traumi presentava il signor Stefano Cucchi e chi glieli ha provocati? Perché il signor Cucchi è stato ricoverato all’ospedale Pertini? La morte è dipesa da possibili violenze subite? Per quale motivo ai genitori è stato impedito di incontrare il figlio per ben sei giorni? Per quale motivo non sono stati concessi gli arresti domiciliari al signor Cucchi, neanche fosse il più efferato criminale? Per quale motivo non vengono rese pubbliche le foto del viso-tumefatto posto che in Italia capita spesso che i verbali degli interrogatori a base di inchieste importanti vengono immediatamente-trascritti sui giornali?".



Interrogazione di Della Seta (Pd) e Poretti (Radicali-Pd)



"La morte di Stefano Cucchi, il 31enne arrestato a Roma per possesso di droga e morto dopo sei giorni di detenzione, ricorda in qualche modo la drammatica vicenda di Federico Aldovrandi, il ragazzo morto nel 2005 a Ferrara dopo una colluttazione con dei poliziotti che lo stavano arrestando.

I motivi che hanno portato alla morte del giovane romano devono essere chiariti nel più breve tempo possibile, facendo luce sui troppi punti oscuri della vicenda". Lo dichiarano i senatori Roberto Della Seta (Pd) e Donatella Poretti (Pd-radicali), preannunciando un’interrogazione urgente al ministri Alfano e La Russa. "Una persona viene arrestata - proseguono i due senatori del Pd - condotta in carcere e dopo sei giorni in cui viene negato ai familiari il permesso di visitarlo muore per un arresto cardiaco nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini, ma dopo aver subito quello che appare quasi certamente come un pestaggio: i familiari riferiscono di aver visto il volto del loro congiunto tumefatto, con la mandibola storta ed un occhio fuori dall’orbita oculare".

"Se quanto asserito dai familiari di Cucchi - continuano gli esponenti del Pd - corrisponde al vero si tratterebbe inequivocabilmente di percosse fisiche subite quando il soggetto era trattenuto dall’autorità giudiziaria. Per la giustizia di un paese che non deve conoscere pratiche da regimi dittatoriali, e per rispetto nei confronti dei famigliari della vittima, è indispensabile chiarire rapidamente chi e quando ha inflitto le percosse al giovane, se è stata prestata tutta l’assistenza medica necessaria e se non vi siano state omissioni, o peggio, coperture nei riguardi di chi ha causato le lesioni, e forse la morte, del giovane Cucchi. Chiediamo ai ministri Alfano e La Russa - concludono Della Seta e Poretti - se non ritengano necessario avviare un’approfondita indagine su questa tragica vicenda, e di procedere con la massima severità nei confronti di chi, all’interno della pubblica amministrazione, si sia reso corresponsabile della morte di un ragazzo di 31 anni".



Staderini (Radicali): su detenuto morto istituzioni diano spiegazioni



"Quando un uomo entra in carcere con le sue gambe e ne esce morto dopo pochi giorni, è indispensabile che le istituzioni spieghino cosa è successo in maniera pronta e trasparente. E se necessario, ammettano le loro responsabilità". È quanto dichiara Mario Staderini, della Direzione nazionale di Radicali Italiani, in merito alla vicenda dell’uomo arrestato per droga e ricoverato pochi giorni dopo all’Ospedale Pertini, dove è morto.

"Stefano Cucchi, 31 anni, non aveva segni sul viso quando fu arrestato per possesso di una modesta quantità di stupefacenti - aggiunge Staderini - è morto 6 giorni dopo all’Ospedale Pertini di Roma, senza che ai genitori fosse consentito neanche un colloquio. La denuncia di Luigi Manconi e dell’Associazione Antigone richiede l’immediato accertamento della verità, senza pastoie burocratiche che allontano dall’obiettivo".

"Giusto, quindi - per Staderini - che siano rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi ed i suoi interrogatori, come accadrebbe se si trattasse di inchieste importanti. Al detenuto ignoto Stefano restituiamo almeno ora quella dignità che solo la forza della verità potrà dare alla sua famiglia. E ricordiamoci che - conclude - in ogni caso, è morto per le conseguenze di un arresto per mero possesso di droga".



Nieri (Regione Lazio): troppe ombre su questo episodio



"Ci sono troppe ombre afferma l’assessore al Bilancio della Regione Lazio, Luigi Nieri, ex Rifondazione Comunista, ora Sinistra e Libertà. Mi auguro che venga fatta luce sull’intera vicenda. In una società civile non possono accadere episodi di questo genere, non si può accettare che una persona muoia senza che si conoscano le ragioni del decesso".

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