22/01/17

I muri ed i confini sono il segno della debolezza e della paura

Se c'è un luogo dove l'individuo rinuncia alla propria minimale identità, per cercare qualcosa di più profondo e grande, questi sono i luoghi di confine, dove i muri cadono per la forza e la voglia di condividere, conoscere, sapere. I muri son sempre esistiti come fortezza espressione della debolezza massima di chi li ha realizzati. 
E son crollati, sempre, e sempre crolleranno, perchè quella imposizione oltre millenaria che vuole il solco, dai tempi di Romolo e Remo, se non prima, è finita. E' in corso una rivoluzione culturale che mina quelle sterili ed imposte radici che vorrebbe l'Europa come figlia della civiltà cristiana o romana. Siamo oramai oltre tutto ciò. Ed ogni tentativo di ritorno sarà solo una sterile simulazione. Urla di disperazione che fanno una letterale concorrenza e per niente artistica, vista anche la bruttezza dei muri nascenti in questo terzo millennio, all'urlo di Munch.  
Pensiamo, per esempio, a quell'unicum in Italia, ma non nel mondo, che vi è tra Gorizia e Nova Gorica dove puoi stare con un piede non in due scarpe ma in ben due Stati diversi. Oppure alla diagonale della follia nel cimitero di Miren, Merna. Ancora oggi è visibile la linea senza ombra con inciso la data del 1947, quando verrà il cimitero diviso dal confine come definito sulla carta nel trattato di Pace e quella del 1974, ultimo anno di tale divisione all'interno del cimitero, e la linea di confine verrà poi definita in modo più equilibrato, almeno all'interno del cimitero. I confini, i muri, sono sintomo di debolezza e paura. Essendo anche una condizione umana quella della paura e della debolezza, non è una condizione umana né il confine, né il muro. Pensiamo che rinchiuderci in un recinto come vitelli, possa segnare la salvezza di non si sa poi neanche bene cosa e da cosa? 
A volte, nella nostra assoluta auto-referenzialità  crediamo di essere dei vitelli d'oro ignorando poi la fine che fece l'idolo fabbricato da Aronne al ritorno di Mosè.
Metaforicamente parlando Mosè ritornerà, prima o poi, con o senza recinto, reticolato o muro. E questo crollerà, e verrà anche rinnegato.
Siamo in un mondo di 7 miliardi di persone, pensare di chiudersi è una totale follia e neanche figlia dell'istinto animalesco che ancora caratterizza la vita dell'uomo. I luoghi di confine devono insegnare che solo la condivisione, il dialogo, l'integrazione reciproca e non unilaterale, sono la miglior protezione contro il degrado asociale ed inumano nel quale siamo precipitati e noi in FVG possiamo insegnare tanto in tale direzione, visto quando accaduto negli ultimi decenni, nonostante sterili tentativi di ostinazione contraria al buon senso ed al buon vivere comune. 

Marco Barone

21/01/17

Ma chi è l'italiano vero?



Toto Cotugno cantava "Lasciatemi cantare Perché ne sono fiero Sono l'italiano L'italiano vero". Ma chi è l'italiano vero? Fatta l'Italia non son mai stati fatti gli italiani e mai potranno essere fatti, perchè l'italiano vero non esiste, così come esiste solo nell'immaginario della finzione letteraria l'isola che non c'è. Bennato cantava " Son d'accordo con voi non esiste una terra dove non ci son santi né eroi e se non ci son ladri se non c'è mai la guerra forse è proprio l'isola che non c'è, che non c'è". L'italiano vero può esistere solo se esiste l'isola che non c'è. L'Italia ha il suo nome grazie alla Calabria precisamente il nome deriva da una zona del catanzarese a significare "abitanti della terra dei vitelli". Italia significa abitante della terra dei vitelli. Ovvero siamo nella terra dei vitelli. Forse un tempo, non più oggi. Anche se a volte ci si comporta peggio dei vitelli o peggio ancora crediamo di essere dei vitelli d'oro ignorando poi la fine che fece l'idolo fabbricato da Aronne al ritorno di Mosè. E' solo un processo di omologazione, di mera forzatura, di astrazione assoluta che può spingere l'individuo ad esternare in una sintesi la rappresentazione dell'italiano attraverso un concetto arcaico e fuorviante quale quello di italiano vero. Siamo quelli che siamo, abbiamo le nostre origini, le nostre identità, le nostre specificità. Per qualcuno l'italiano vero è colui che ha la fede nella bestemmia del credere, obbedire e combattere, ma ciò significherebbe solamente insultare l'italiano, per altri può essere quello che ha dato la propria vita per l'idea della nazione, a prescindere dalle alleanze sostenute, ma significa limitare l'italiano e ricondurlo nei meandri di quell'eroismo e nazionalismo che stona propria con la storia vera d'Italia, per altri ancora può essere quello che ha lottato nella resistenza, forse quello è stato l'unico momento di riscatto per l'Italia e l'italiano in quanto individuo ma non parlerei neanche in quel caso di italiano vero, perchè gli ideali inseguiti erano così alti, così profondi  e concreti che andavano ben oltre l'astrazione del concetto dell'italiano vero, per arrivare poi ai costumi, agli usi, agli spaghetti, che oramai si mangiano in ogni angolo del mondo, alla pizza, al gelato, al vino, all'arte, e chissà cosa ancora. Insomma, parlare di italiano vero, è come credere, da adulti, ancora nell'esistenza di babbo natale. Perché siamo una moltitudine di italiani, di identità, di soggettività, con percorsi diversi, storie diverse, identità diverse, perchè non esiste una sola Italia ma tanti piccoli e connessi frammenti di un Paese tanto giovane, quanto eterno per la sua storia che nella loro interazione costituiscono l'Italia, nel loro insieme formano l'Italia, ma andando oltre l'armatura arrugginita dell'italiano vero.

Marco Barone

20/01/17

Se Obama accoglie con sorrisi Trump mentre la piazza protesta




Non verranno dimenticate le immagini del saluto di Obama, nobel per la pace, a Trump. Non è solo una questione di rispetto istituzionale, ma altro. Sorrisi, abbracci, pacche sulle spalle, e poi ancora applausi al discorso di Trump, così come applaudiranno Bush, e Bill Clinton. Quel Bill Clinton che nel 1994 ha dato il via al vergognoso muro con il Messico che esiste in gran parte da lungo tempo. Ma che l'Occidente ha fatto finta di non ricordare, anzi, lo aveva proprio rimosso, e quando Trump in modo provocatorio disse che lo avrebbe fatto costruire ai messicani, apriti cielo. Incoerenza. Trump, il nazista, il fascista, il razzista, eppure viene accolto come si accoglie una persona normale, certamente non razzista, o nazista o fascista.
Ed il tutto mentre la piazza protesta.
Una piazza incazzata, giustamente, per le parole espresse in più di una occasione dal destro Trump, ma non è dato sapere se questa piazza si sarebbe ugualmente attivata nel caso di vittoria della guerrafondaia Clinton.  Tanti dubbi sorgono sul punto. America, democrazia, governata da un sistema famigliare molto pesante e potente. Trump non avrà avuto la maggioranza dei voti degli americani, ma ha vinto.Così come oggi, 20 gennaio, ha vinto tutta l'ipocrisia di un sistema politico, che con applausi, sorrisi ed abbracci, si allontana ancora di più dalla società che ha visto in Trump un pericolo reale. Non è una questione di galanteria politica. In questo contesto era necessario mantenere almeno un minimo grado di "freddezza". Ma così non è stato. Verrebbe da pensare che il tutto sia solamente una grande mascalzonata politica.

Marco Barone

A Pordenone vogliono realizzare il museo nazionale della guerra fredda

Una proposta in fase di discussione alla Commissione cultura della Camera  che vorrebbe portare a Pordenone il museo nazionale della guerra fredda. Nella proposta si legge che "in Italia le istituzioni museali dedicate alla storia della guerra fredda sono da considerare limitate, sia per il nucleo tematico trattato, sia per la dimensione espositiva, sia, infine, per il carattere locale che esse assumono. Si segnalano in particolare la Base Tuono, museo a cielo aperto della guerra fredda a Folgaria (Trento) costituito da tre postazioni di missili terra-aria Nike Hercules collocate in mezzo alle montagne del Trentino ed il Museo diffuso a cielo aperto lungo il confine, Gorizia-Nova Goriza, che consiste in un percorso interattivo tra luoghi e memorie basato sul concetto di « realtà aumentata."

Lo scopo di questo museo sarebbe non solo quale luogo di conservazione, ma di ricerca. Anche perchè a dirla tutta, in Italia esiste un tremendo vuoto che ha riguardato questo Paese, dalla nascita di Gladio fino al periodo della strategia della tensione. Tra segreti, cose non dette, misteri, probabilmente sono più le cose che rimarranno fuori dal museo che dentro. Ma se questo museo potrà avere un ruolo propulsivo in tal senso, ovvero frantumare il muro di omertà che ancora esiste, per divenire un centro di gravità storico importante, ben venga, anche se il fatto che uno dei motivi che lo vogliono in Pordenone è la vicinanza con Aviano, e difficilmente la NATO riuscirà a smuovere le acque a favore della verità storica imparziale, perchè mai dovrebbe farlo? Visto anche che questo museo dovrebbe sorgere in un luogo non imparziale, ovvero nei locali concessi in uso dal Ministero della difesa?
Così come il rischio che questo museo possa divenire solo la voce dell'Occidente contro il sistema Sovietico, è un qualcosa che andrà totalmente evitato, per rispetto della verità storica. Quali, dunque, i compiti di questo luogo? 
Valorizzare e rendere fruibile in modo unitario il patrimonio documentale materiale e immateriale, letterario, icono- grafico e multimediale relativo alla guerra fredda, con particolare attenzione allo scacchiere meridionale della cortina di ferro in Europa e al confine dismesso tra i mondi dell’est e dell’ovest in Italia;  promuovere gli studi sulla guerra fredda per contribuire alla diffusione di una conoscenza critica della storia delle guerre e alla comprensione dei motivi che stanno alla base dei fenomeni di instabilità attuali e potenziali nei teatri delle crisi e delle contrapposizioni geo-strategiche contemporanee; sviluppare nelle giovani generazioni e nella più ampia opinione pubblica la cultura della pace e della collaborazione tra le nazioni e tra i popoli, anche in collaborazione con le istituzioni culturali ed educative. Tra le varie funzioni previste si segnalano anche quelle che lo vorrebbero come soggetto attivo per  fornire sostegno al lavoro della scuola e all’educazione permanente, anche attraverso proprie proposte didattiche o divulgative e per  promuovere e svolgere ricerche in materia di conservazione dei materiali di propria competenza e delle tecnologie utilizzate nel settore.  Il costo dovrebbe essere di 20 milioni di euro per la realizzazione della sede del Museo, nonché la spesa di 1,5 milioni di euro annui  quale contributo per le spese di funziona-mento del Museo.
 
Marco Barone 

Ricordare a Soleschiano di Ronchi con una lapide i fatti tragici del '44

 

La memoria storica è di vitale importanza, specialmente nell'epoca attuale, dove frenesia, tecnologia, falso progresso, minano seriamente e profondamente ogni senso di consapevolezza. Soluzioni facili, brutali e rapide, per risolvere problemi che necessitano di soluzioni complesse, organiche e non fugaci. Ma la memoria è fondamentale anche per ricordare la storia locale, non smarrire la propria identità, ricordarsi delle radici storiche e culturali che hanno caratterizzato la vita di una località. A Ronchi certamente primeggiano lapidi e monumenti dedicati alla Resistenza, perchè questa è stata una pagina di vita fondamentale per questo centro importante della Bisiacaria. Il 6 marzo del 1949 verrà inaugurata la prima targa dedicata ai caduti partigiani, per la precisione a 10 caduti per la libertà dei popoli ed a 9 dispersi. Tale targa sorgerà a Selz, e verrà realizzata con il contributo dei famigliari dei caduti ricordati nella targa. Che diede luogo a quella vicenda passata come un "conflitto" alla Don Camillo e Peppone tutta nostrana. Una pagina che non verrà dimenticata quando quella targa, prossimamente, troverà una nuova collocazione. Così come vi sono fatti che più che essere dimenticati, non vengono ricordati pienamente a dovere. Come è noto presso il cimitero di Ronchi, a pochi passi dall'ossario dei morti per la nostra libertà, vi è un piccolo ma importante monumento, eretto il 29.10 del 1978, per volere della Repubblica socialista federale Jugoslava. Lì si può leggere: “Vjekoslav Andrijic Padu Borec Narodnoosvobodilne Vojne 1941/45 al combattente caduto nella guerra di liberazione nazionale”. Il quale risulterebbe essere stato ucciso il 28 gennaio del 1944 ed appartenente alla Brigata d'assalto Garibaldi Trieste. Noto come il Dalmato, fuggito dal campo di concentramento di Gonars. Vi sono altre testimonianze che spostano la sua morte ai primi di febbraio del '44. Cosa accadde in quel freddo inverno del '44? A Soleschiano? 

Una sera presso la famiglia Vanon vengono rintracciati tre partigiani e nel conflitto a fuoco viene ucciso Andrijic. Verso l'imbrunire del 24 febbraio circa, sempre del '44, dopo aver tagliato i fili del telefono nella villa della padrona, i partigiani la uccideranno, perchè accusata di aver avvisato i repubblichini della presenza dei partigiani e di essere confidente della GNR e prima di dileguarsi si recheranno dalla famiglia Gava affinché avvisassero i carabinieri dell'accaduto. Chiaradia  Franciska, poi italianizzato in Francesca Fanny Tomc nacque nel 1888 a Radovljica ex Jugoslavia. Nel 1938 si sposerà con Riccardo Chiaradia, nato nel 1856 a Caneva (PN).Nel 1939 Riccardo Chiaradia morirà, e da quel momento Francesca Tomc diventerà a tutti gli effetti " la padrona".Il giorno dopo l'uccisione della padrona, alle sei di mattina si presenteranno in piazza S. Tommaso di Soleschiano una ventina tra tedeschi e repubblichini e preleveranno tutti gli uomini casa per casa. Verranno poi portati nel cortile dell'amministrazione e poi in caserma a Ronchi ed il giorno dopo caricati sul camion, ammanettati, verranno condotti al Coroneo di Trieste". Stabile Carlo, Andrian Edi, Da Re Antonio, Fischanger Giacinto, Visintin Pino, Puntin Arturo, Puntin Miro, Zimolo Bruno, Gava Pietro, Vanon Evangelista, Masut Orlando, ed anche due pecorai, tutti abitanti in Soleschiano, saranno alcuni dei civili di Soleschiano che verranno deportati nei campi di lavoro forzati in Germania precisamente a Coburg presso una fabbrica di mattoni, ed in Austria in relazione a questo fatto.

Un tipico episodio da cortocircuito punitivo in modo vile nei confronti della resistenza che nella storia della seconda guerra mondiale in alcuni casi ha portato a stragi come l'eccidio delle fosse Ardeatine, in altri, ad una deportazione collettiva, come quella accaduta a Soleschiano. 


Quello che mi sento di proporre è che l'Amministrazione comunale di Ronchi dovrebbe valutare di collocare una targa in Soleschiano, per ricordare questi fatti, questi episodi, perchè la memoria possa continuare ad essere viva anche attraverso il freddo e duro marmo.


Marco Barone